Il Testamento della Fiera di Santa Lucia

Racconto della Sig.ra Luisa Bianco
Piazza Vittorio Emanuele III, attuale Piazza Cristo Re

Sono Luisa Bianco, nata a Fontanarosa ottantasei anni orsono, in una grande casa sita in Piazza Vittorio Emanuele lll, l'attuale piazza Cristo Re.
Le numerose finestre e i tanti balconi del "paterno ostello" sono stati per me osservatori privilegiati che mi hanno fatto assistere per molti lustri allo svolgersi della vita del nostro paese, attraverso le più svariate manifestazioni: feste, funerali, parate militari, passaggi di carri armati, comizi elettorali, fiere e mercati, processioni di tutto il popolo e passeggiate solitarie, rifacimenti di strade, piazze e chiese, terremoti.
Se volessi mettere per scritto i miei tanti ricordi, riempirei pagine e pagine, aiutata anche dal fenomeno che alla mia età fa ricordare gli avvenimenti lontani, mentre cancella quasi del tutto quelli vicini.
Uno dei ricordi più vivi iri me, forse perché più ricco di suoni e rumori e più vivido di colori è la fiera di Santa Lucia.
Quando il giorno diventava lungo come la notte, quando sui piccoli banchi di frutta del mercato comparivano i mandarini, quando la "voria" (bora) "segava" con più forza "arreto Santa Maria re Corte", si creava l'atmosfera giusta che annunciava la fiera di Santa Lucia, annuale incontro commerciale che da epoca angioina si teneva tutti gli anni nel nostro paese, attesa con gioia dagli abitanti.
Rumori di ruote di traini (carretti) sul selciato, nitriti di asini e cavalli, vociare allegro, strilli di venditori erano i segnali d'inizio della tre giorni (11-12-13dicembre) di grande animazione.
Tanta gente arrivava dai paesi vicini e lontani a bordo di "sciaraballi", allestiva sbilenche baracche che invadevano la piazza e le stradine adiacenti. Tutto andava bene se il tempo era buono: spesso accadeva che il mese di dicembre, già freddo e ventoso, sembrava accanirsi contro i frequentatori della fiera, che, se venditori, cercavano di strappare la tenda alle fredde e violente folate di vento, se acquirenti si intabarravano nei neri mantelli a ruota, se uomini, in scialli e mantelle, se donne, su cui spiccavano i "maccaturi" marroni o verdi con le teste di cavallo o di pavone.
Ricordo che una volta un colpo di vento particolarmente forte fece volare via coppole e cappelli che si pavoneggiavano appesi ad una pertica: finirono tutti nel fango, tra la disperazione del venditore che si affrettò a cancellare da tese e calotte le orribili macchie di fango, strofinandoli con la manica della giacca, purtroppo senza evidenti risultati.
Chi si recava alla fiera aveva risparmiato per un intero anno per acquistare un capo di vestiario, un paio di scarpe, in vista delle vicine feste natalizie, oppure cercava di vendere impettiti capponi, allevati con cura e ideali 'per essere regalati "per dissobligo" a medici, avvocati, agrimensori, che per amicizia avevano rinunciato all'onorario delle prestazioni professionali.
Gli animali da cortile, polli, oche, conigli, ammassati in ceste coperte di rete, venivano, per così dire, esposti ali' imbocco della strada che scende verso il "Pescere", passando davanti la casa di zio Carluccio (Avv. Carlo Bianco). Da quella parte la piazza sembrava un'aia rumorosa e colorata; non mancava l'esposizione di grandi ceste colme di belle uova bianche bianche; purtroppo non mancava qualche "frittata" causata dagli incauti avventori o dalla tentata fuga degli animali, stanchi di stare stivati così a lungo nelle ceste.
Il belato di pecore e di agnelli indicava la strada per raggiungere la fiera degli animali, sistemata al di fuori del centro abitato, "abbascio lo chiana". Proprio quei belati lunghi e continui mi svegliavano all'alba e, se· da un canto mi ricordavano l'euforia della fiera, dall'altro mi facevano diventare triste perché pensavo alla fine che avrebbero fatto quelle povere bestie nelle vicine feste di Natale.
Erano molti i venditori e gli acquirenti di animali, formavano quasi una ininterrotta processione che si snodava sotto i balconi di casa mia che si aprivano su via Avvisati. Anche gli asini, i cavalli e i buoi venivano spinti verso il "Piano": gli zoccoli, spesso in precario equilibrio in discesa, battevano sui basoli di cui era lastricata la strada, provocando un rumore che, a pensarci oggi, era piacevole.
Mi incuriosiva la bancarella della frutta secca che, tra le tante cose buone, vendeva anche le "sciuscelle"(carrube) , di cui le mie amiche erano ghiotte, ma che a me non piacevano perché sapevo che era il cibo preferito dai cavalli.
 "Signurì, accattateve a furtuna" era il richiamo della zingarella che faceva pescare una cartella colorata dal pappagallino variopinto rinchiuso in una gabbietta. In un modo o in un altro, anche gli zingari cercavano di fare buoni affari, vendendo oggetti di ferro, falci, rasoi, coltelli. La loro presenza in paese destava qualche preoccupazione : tutti li temevano perché si diceva rapissero i bambini; proprio questo era il motivo che consigliava le nostre mamme a non farci circolare da sole tra la folla della fiera.
Sempre circondati da curiosi erano i banchetti dei giocatori che facevano velocemente scorrere delle carte che, usate in improbabili giochi, servivano a raggirare gli sprovveduti spettatori
Che dire del fascino che emanavano gli imbonitori pseudo-indiani che, agghindati con turbanti e pelli di tigri, proclamavano a gran voce le virtù terapeutiche di un unguento che guariva i dolori reumatici.
I poveri contadini erano dibattuti dal dubbio: veramente bastava ungere le articolazioni per diventare di nuovo veloci e scattanti? Dai loro occhi sprizzava la gioia di poter risolvere finalmente l'annoso problema dei dolori reumatici. Il costo di quella crema "miracolosa" doveva essere eccessivo se di colpo i poveri vecchi, sciancati e doloranti si allontanavano a testa bassa dal sedicente indiano, rassegnati a camminare zoppi e storti per il resto della vita.
Bella, ricca e scintillante era la baracca del " ramaro" che esponeva bracieri, secchie, conche e concoline, caldaie, scaldaletti, brocche, bracchetti e tegami, all'esterno di un bel colore rame e all'interno ricoperte di una liscia patina di stagno, lucida come uno specchio.
L'acquisto di quegli oggetti era un evento importante, essi servivano, oltre che a preparare il cibo, ad essere appesi all'apposito supporto: un ricco appendi rame era uno status symbol , quindi, motivo di orgoglio per l'intera famiglia e spesso serviva ad essere dato in dote alla figlia che andava sposa.
"Ciappe", ricurvi ferri da calza infilzati in gomitoli di cotone, matasse di "capisciola" , " spingole francesi11
spilli da apparatore, ditali, aghi, pettini, pettini stretti per togliere i pidocchi,stecche di ossa di balena per i busti, ferretti per il "tuppo", arcolai, annaspatoi e altra mercanzia esponeva il banco della merciaia.
Le donne si avvicinavano affascinate dai nastri colorati, dai bottoni luccicanti, dalle pettenesse con gli strass, dalle calze di seta, dagli scialli con le frange alla moda spagnola. Solo qualcuna di esse poteva permettersi un acquisto di lusso; le altre per pochi centesimi acquistavano aghi, filo, stoffa per toppe ... perché su giacche, camicie e pantaloni se ne mettevano tante.
Dimenticavo ... per me l'odore caratteristico della fiera era il profumo della cucina di Emma Petrillo, simpatica popolana, che proprio nei locali terranei della mia casa, dove ora è la sede della Banca della Campania, gestiva una locanda, la cui specialità era il baccalà con i peperoni secchi: doveva cucinarne quintali se quel profumo si spandeva per tutto il paese. Quel piatto povero per palati semplici è diventato una pietanza da cuochi pluristellati : " baccalà con i peperoni cruschi" si gusta in ristoranti alla moda.
Io sono sicura che non ha lo stesso profumo!
In via Diaz c'era un'altra locanda, gestita da 'Macolata , che invece serviva " migliatielli" che profumavano di aglio e menta e che andavano a ruba tra i mercanti della fiera. Anche quest'altro piatto povero si può gustare oggi in locali famosi che ripropongono cucina tipica campana.
Alla fine della fiera si tornava a casa, in campagna. L'uomo camminava dieci passi avanti alla donna che incedeva a fatica, carica della merce acquistata.
Fin da piccola ho pensato che quella scena era la dimostrazione pratica di come l'uomo meridionale si sentisse superiore alla donna!
Ho appreso, poi, da studi di antropologia che è un rituale antico per l'uomo precedere la donna, per "aprire la strada" e per proteggerla da cattivi incontri.
Non vivo più stabilmente in questo bellissimo paese, ma mi dicono che la fiera annuale di Santa Lucia non si tiene più. Peccato! E' finito così uno dei pochi momenti di aggregazione che serviva a tener viva la comunicazione tra i membri della società contadina in inverno e serviva anche a far sognare orizzonti più vasti ad una bimba come me che viveva in piazza Vittorio Emanuele lll.
 

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